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B        UTTERFLY          TIROIDE, CULTURA E SOLIDARIETÀ.








                                            La libertà della bellezza

                                            o la bellezza della libertà...






                            Editoriale              a “bellezza” è un argomento tanto consueto, quanto arduo.
                                                   Potremmo premettere che ci “nutriamo” anche di bellezza.
                                            LIl bello trasmette alla nostra mente e al nostro corpo sensa-
                                            zioni che influenzano direttamente il nostro stato di salute.
                                            L’assenza di bellezza ci intristisce, sul lungo periodo può inaridirci
                                            fino a deprimerci e farci ammalare.
                                            Potremmo dire, quindi, che abbiamo una fisiologica necessità del
                                            bello.
                                            D’altronde ognuno di noi ha una certa confidenza col proprio pa-
                                            rametro del (più o meno) bello col quale misurare prontamente
                                            molto di quello che lo circonda.
                                            Tuttavia, nonostante la frequenza dell’uso, non è sempre agevole
                                            comprendere i meccanismi sottesi a questa costante valutazione
                                            di cui, in modo quasi automatico, ci facciamo carico.
                                            L’oggettiva bellezza di un fiore o di un tramonto è di facile perce-
                                            zione.
                             di Paola Grilli  Altre volte il bello è complesso ed è quindi indaginosa la com-
                                            prensione della sua essenza. Basti pensare, per esempio, a certe
                                            scomposizioni di Picasso o a certe crete di Burri la cui bellezza non
                                            è accessibile come quella reperibile nei dipinti di Botticelli.
                                            L’appartenenza al bello, inoltre, implica l’utilizzo di canoni estetici
                                            non sempre fissi e immutabili.  Non di rado verifichiamo che quello
                                            che qualche tempo fa ci sembrava così irresistibilmente bello, oggi
                                            lo è meno, talvolta affatto.
                                            In uno slancio di relativismo potremmo ribadire che il bello è negli
                                            occhi di chi guarda.
                                            È un luogo tanto comune, quanto vero.
                                            Pensiamo al bello percepito dai bambini: i loro pupazzi, agli occhi
                                            degli adulti, possono apparire come dei veri e propri mostri; tutta-
                                            via la carica emotiva che viene captata dai piccoli rende bello agli
                                            occhi un pupazzo a volte francamente brutto e sproporzionato.
                                            Allora, volendo tentare una definizione “dinamica” del bello, po-
                                            tremmo dire che la distinzione tra bello e brutto altro non è che il
                                            solco che ognuno di noi traccia nel corso dell’intera esistenza nel
                                            tentativo di distinguere quello che apprezziamo dal resto.
                                            Una scelta di campo costante, quotidiana, che spesso implica altre
                                            analoghe o contigue distinzioni, come quelle tra il buono e il cat-
                                            tivo o tra il giusto e l’ingiusto.
                                            Tant’è  vero  che  il  senso  della  bellezza  è  parte  integrante  della
                                            consapevolezza di ciascun di noi: “I know what I like and I like
                                            what I know” cantava qualche anno fa Peter Gabriel (Selling in
                                            England by the pound, 1973).



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