IL “CONTINENTE” ARGENTINA

di Pietro Graziani
Pensando all’Argentina, sono due le considerazioni che vengono naturalmente alla mente. La prima nasce da una semplice domanda: “Da dove viene il nome Argentina?”; allora scopriamo che il nome Argentina, cioè “fatta di argento”, con grande probabilità è da attribuire ai navigatori genovesi e veneziani, che esplorarono per conto della Corona Spagnola questi territori. Sebastiano Caboto, già nei primi decenni del XVI secolo, fondò un villaggio fortificato, detto Sancti Spiritu nella attuale città argentina di Santa Fe. Questo ci porta alla constatazione di come l’Argentina sia poi stata terra, progressivamente, di forte immigrazione, in particolare italo-spagnola, fino alla seconda metà del XIX secolo.
Una seconda considerazione ci porta alle parole pronunciate dal Cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, anche lui di origini italiane, all’atto di assurgere al Soglio Pontificio con il nome di Francesco. La sera del 13 marzo 2013, infatti, nel rivolgersi alla folla in Piazza San Pietro, riferendosi al Conclave che lo aveva chiamato, sottolinea come la scelta dei Cardinali è stata quella di “andarlo a prendere quasi alla fine del mondo”; allora, ripensando alle parole del Santo Padre, scopriamo che l’Argentina (terra d’argento) è pianura (pampas); è montagna (Ande), con vette oltre i 6000 metri sul livello del mare, le più alte del pianeta dopo la catena Himalaiana; si va da temperature miti e subtropicali, in Patagonia la Terra del Fuoco, ai ghiacciai del Perito Moreno. Siamo quindi di fronte, metaforicamente, ad un “Continente” lungo oltre 3700 chilometri, con 43 milioni di abitanti.
Allora, cercando di entrare nella storia dell’attuale Argentina, in questa complessa vicenda vediamo come la presenza dell’uomo, a seguito di ricerche archeologiche, sia databile al periodo paleolitico; nel nord-ovest vi sono, poi, significative testimonianze della civiltà Inca, di epoca pre-colombiana.
Le sue attuali radici storico-artistiche sono riconducibili alla colonizzazione spagnola che, attraverso un lungo percorso, ha poi portato alla indipendenza e alla nascita dell’attuale Argentina, siamo nella metà del XIX secolo.

Per una convenzione terminologica, l’importante architettura argentina viene conosciuta come architettura coloniale, che sta ad indicare stili riconducibili all’Europa al di fuori del Continente europeo, anche con un forte riferimento alle decorazioni e agli arredi, condizionati tuttavia dalla disponibilità dei materiali e dal clima; questa presenza ha lasciato, a partire dal XVII secolo, significative testimonianze ad opera di architetti europei. Significativa è la presenza italiana, al punto che si può dire che “L’architettura argentina parla italiano”, questo il titolo di un importante seminario del 1912 che si è svolto a Roma, presso la Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza”; la Sede della Presidenza della Repubblica (La Casa Rosada), il Teatro Colòn e la stessa sede del Parlamento argentino, portano, ad esempio, la firma di architetti italiani (Vittorio Meano e Francesco Tamburini), così come lo stesso paesaggio urbano. Si può ancora ricordare come Lucio Fontana abbia iniziato il suo percorso artistico proprio in Argentina, come artista di strada.
Va anche ricordato come l’Argentina vede ben 11 siti inseriti dall’Unesco nell’elenco del Patrimonio mondiale dell’umanità, tra cui le Missioni Gesuite dei Guarani, del Blocco Gesuita di Estancias di Còrdoba, solo per citarne alcune.
Del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, fa poi parte quel fenomeno che noi tutti conosciamo, il Tango, fenomeno culturale che da solo meriterebbe un attento approfondimento; qualcuno ha scritto che: “Il Tango è un pensiero triste che si balla”, questo ci conferma che si tratta di qualcosa di assolutamente profondo che ha permeato l’intera cultura argentina e non solo. Il Tango è tutelato in Argentina attraverso l’Accademia National del Tango di Buenos Aires.

L’ARGENTINA NON É POI COSÌ LONTANA DALL'ITALIA

di Lia Praticò
L’Argentina, si sa, è un paese geograficamente molto lontano dall’Italia. Ma tale distanza si è idealmente accorciata da quando è stato eletto un Papa argentino, Francesco.

Però, per chi abita a Roma, l’Argentina non è mai stata distante perché esiste, da più di cento anni, la Chiesa Santa Maria Addolorata, Chiesa Nazionale Argentina.
La Chiesa è stata realizzata grazie alla generosità di un sacerdote argentino, Don Josè León Gallardo, che il 5 maggio 1910 con i propri mezzi economici acquista il terreno dove il seguente 9 luglio viene posta la prima pietra della Chiesa dedicata alla Beata Maria Addolorata, che è anche la data della ricorrenza dell’indipendenza argentina nell’anno del centenario della rivoluzione che ne ha dato inizio.
A richiesta dell‘Episcopato Argentino il 18 giugno 1915 Papa Benedetto XV concede che il tempio sia Chiesa Nazionale Argentina e successivamente, nel 1924, la piazza su cui era stata eretta la Chiesa cambia denominazione e da Piazza Trasimeno diventa Piazza Buenos Aires, denominata comunemente Piazza Quadrata.
Un altro motivo per cui la distanza che ci separa dall’Argentina non è percepita come tale è dovuta alla recente istituzione del 2002 del Collegio Sacerdotale Argentino annesso alla Chiesa che, per detta caratteristica, è una Chiesa Rettoria e non Parrocchia, retta dal Rettore coadiuvato dal Vicerettore.
Il Collegio ospita sacerdoti provenienti dalle varie Diocesi e Arcidiocesi Argentine, molti dei quali di origine italiana, a Roma per specializzarsi nelle Università Pontificie, svolgendo nel contempo servizi pastorali presso la stessa Chiesa Argentina e presso le parrocchie di tutta Italia, in occasione delle Festività. Terminati gli studi, con il conseguimento del titolo di Licenza o Dottorato, corredati da una crescita umana, spirituale e pastorale maturata durante il loro soggiorno in Italia tornano nelle rispettive Diocesi di appartenenza per lavorare nelle Parrocchie, nei Seminari e nelle Università.
Sia la Chiesa Nazionale Argentina che l’annesso Collegio fanno capo all’Episcopato Argentino e non a quello Italiano.
L’evangelizzazione dell’Argentina è iniziata con le spedizioni coloniali spagnole ed è la fede cattolica, attualmente, la confessione più diffusa del paese. Molto diffuso è il culto Mariano. Numerosi sono i Santuari, come quello di Luján, d’Itatí, del Valle, del Milagro, del Rosario, della Mercede, del Carmen ecc.
Il Santuario di Nostra Signora di Lujàn, che è la Santa Patrona dell’Argentina, è il più importante Centro Mariano e si trova a Lujàn, Provincia di Buenos Aires. Nostra Signora di Lujàn è l’appellativo con cui viene venerata l’Immacolata Concezione. Si tratta di una piccola statuetta di terracotta alta appena 58 cm raffigurante, appunto, l’Immacolata Concezione che dal Brasile arriva in Argentina nel maggio del 1630, insieme ad un‘altra statua raffigurante la Madonna della Consolazione. Entrambe sono destinate ad un portoghese che abita a Sumampa. Dopo tre giorni di cammino il carro che le trasporta si ferma a rio Lujàn per una notte. Alla ripresa del viaggio, però, nonostante innumerevoli tentativi, il carro non si muove. Ma si muove solo dopo aver tolto la cassa contenente la statua dell’Immacolata Concezione. Tale circostanza fu vista come la volontà della Madonna di voler rimanere in quel luogo, dove, in seguito, è stato costruito un Santuario di stile gotico francese, presso cui accorrono ogni anno milioni di pellegrini da ogni parte dell’Argentina e dall’America Latina. In particolare l’8 maggio, giorno della festività, molti sono i pellegrini che vi arrivano a piedi, percorrendo fino a 200 chilometri. Il 13 novembre 1998, l’allora Papa Giovanni Paolo II ha intronizzato una statua della Madonna di Lujàn presso la Chiesa Nazionale Argentina.

Il 14 settembre 2013 è stato beatificato un prete argentino chiamato popolarmente “Cura Brochero”; in quell’anno Papa Francesco ha fatto dono alla Chiesa della statua del primo santo diocesano argentino: Josè Gabriel Brochero. Quarto di 10 figli, frequenta il Seminario, poi l’Università dove diventa amico di Juárez Célman, futuro Presidente dell’Argentina. Cura Brochero inizia la sua vita pastorale presso la cattedrale di Cordoba e quando nel 1867 scoppia un’epidemia di colera si dedica con tutte le sue energie nel soccorrere gli ammalati e nell’assistere i moribondi. Nominato parroco in zona di montagna, è stato anche molto attivo e sensibile verso le necessità e i bisogni delle comunità più isolate adoperandosi per la realizzazione di ponti e quant’altro potesse agevolare il collegamento tra i centri abitati. Muore consumato dalle malattie, in odore di santità, il 24 gennaio del 1914. E’ stato canonizzato da Papa Francesco il 16 ottobre 2016. La sua festività ricorre il 16 marzo. In detta occasione il Pontefice ha regalato al Collegio una bella statua del Curato in sella a un mulo, come i suoi fedeli lo vedevano arrivare e partire dai villaggi e casolari della campagna di Cordoba. La statua si conserva nel giardino tra il Collegio e la Chiesa.
Recentemente, in data 7 aprile 2019, Papa Francesco ha dichiarato Beati anche il Vescovo Enrique Angelelli, Vescovo di La Rioja, ucciso “in odium fidei” nel 1976, il sacerdote Carlos Murias, Gabriel Logueville e il laico Wenceslao Pedernera, uccisi dagli incappucciati “a servizio“ della dittatura poco prima del loro Vescovo. Una messa di ringraziamento per la beatificazione dei martiri riojani è stata celebrata presso la Chiesa Nazionale Argentina alla presenza della prima delegazione dei Vescovi Argentini con cui ha avuto inizio la visita ad limina dei Vescovi di tutto l’Episcopato Argentino.
Altro martire, vittima di violenza contro i religiosi è Hector Valdivieso, nato a Buenos Aires e morto, insieme ad altri Fratelli delle Scuole Cristiane (Lasalliani) e un padre Passionista, nel 1934 a Turòn in Spagna.
È stato canonizzato nel 1999 insieme agli altri Martiri di Turòn. Una bella statua in marmo si trova presso la sala di ingresso del Collegio Sacerdotale.

DAL CAMPESINO AL COMPADRITO

di Renata Viola
“Gli argentini sono degli italiani che parlano spagnolo e credono di essere inglesi”, ha detto qualcuno. In effetti circa 25 milioni di abitanti su 40 milioni possono vantare un parente italiano e qualcosa devono avere ereditato dalla nostra passione per sagre, feste e ricorrenze. L’Argentina è un paese fortemente cattolico e fra le festività religiose che celebra e tutte le altre ricorrenze di significato storico si può dire che è il Paese più festaiolo del mondo.
Quale migliore occasione per vedere gli argentini nei loro costumi tradizionali. A Salta il primo agosto si celebra la “Fiesta de la Pachamana”, festa dedicata alla madre terra, alla quale con danze rituali vengono fatte delle offerte per chiedere l’acqua nei periodi di siccità. Nella seconda metà di settembre ricorre la “Fiesta del Milagro”, festa religiosa durante la quale si venerano le Sacre immagini.
A Mendoza nella prima settimana di marzo c’è la festa della vendemmia; il 2 giugno a Ushuaia, Terra del fuoco, c’è la festa della notte più lunga dell’anno. Il “Dia della revoluciòn”, il 25 maggio, trae le sue origini nel 1810 quando una forte protesta portò alle dimissioni del Vicerè Baltasar Hidalgo de Cisneros è innescò il processo indipendentista dalla Spagna.
Per riferirsi ai costumi nazionali ricordiamo, tra le tante altre feste, quella del 10 novembre, il “Dia de la Tradiciòn”, giorno in cui si ricorda la nascita del più grande poeta argentino, Josè Hernandez, che scrisse “Martin Fierro”, testo utilissimo per conoscere tradizioni e folklore legati alla figura del Gaucho, che grazie alla collaborazione fornita nel raggiungimento dell’indipendenza, è il simbolo del sentimento nazionale.
I Gauchos sono stati e sono eccellenti cavalieri ed infatti in tutta l’Argentina feste e fiere annuali includono dimostrazioni di equitazione.Il loro nome deriva probabilmente da un termine spagnolo di derivazione araba, Chaouch che significa “uomo a cavallo”, ma ci sono anche altre ipotesi: Huacho “senza madre”; comunque viene descritto come “un selvaggio bianco che vive lontano dalla società”; anche Charles Darwin ne parla nel 1834 dopo un suo viaggio nelle Pampas. Dal Conquistador riceve il cavallo e la chitarra, dall’indio il poncho; usa come bevanda il Mate e a lui è riconducibile la più grande tradizione argentina, la carne arrostita, asado a la crud; utilizza le Bolas o Boleadoras: alla estremità di due o quattro cordicelle di cuoio lunghe più di un metro vengono legate alcune palline di piombo; lanciato con maestria lo strumento si aggroviglia alle gambe della preda.
Caratteristico è l’abbigliamento: il Poncho, mantello intero e senza maniche con un foro per la testa; il Boina, caratteristico basco; gli ampi pantaloni, Bombachas de Campo, inizialmente di derivazione araba, formati incrociando sul davanti un lenzuolo sorretto con una larga striscia di tessuto o cuoio, e successivamente sostituiti da una sorta di pantaloni alla zuava. Altro elemento caratteristico è la sella del cavallo la cui forma varia a seconda del territorio e del clima.
Al giorno d’oggi, in Argentina la tradizione si unisce ai principi della economia circolare: per i meravigliosi tessuti artigianali, caratterizzati da motivi geometrici o floreali legati alla tradizione locale, colorati con le tinture naturali estratte attraverso la bollitura di vegetali, verranno progressivamente utilizzati pigmenti, sotto forma di polveri, prodotti da rifiuti delle piante destinate al macero.
Dal Campesino al Compadrito, dalle Pampas alle Città, in particolare a Buenos Aires, nel Barrio La Boca, dove a fine ottocento nasce il Tango.
I primi abiti del tango erano parte dell’abbigliamento urbano proprio delle classi povere ed operaie: all’inizio, il Compadrito utilizzava scarpe con il tacco alto, il sombrero di feltro e la cravatta male annodata. Il coreografo argentino Claudio Segovia presentò a Parigi per la prima volta nel 1983 e successivamente Broadway nel 1985 lo spettacolo “Tango argentino” nel quale massima cura fu usata nella scelta dei costumi,

cercando di utilizzare abiti d’epoca. Nello spettacolo, il Compadrito di fine 800 indossava stretti pantaloni neri, giacca corta nera, fazzoletto, cappello nero Fedora e stivali con il tacco, mentre le donne portavano abiti tradizionali contadini lunghi e larghi senza fronzoli o decorazioni. Nei primi anni del 900, il tango ebbe un grande impatto sull’abbigliamento femminile: gli abiti diventano più leggeri, sono realizzati in raso (satin) di colore arancio e giallo, la gonna arriva a metà polpaccio: in generale l’abito è concepito per favorire la figura dell’abbraccio stretto. Nel anni ‘50, ‘60 il rock and roll frena lo sviluppo della moda tanguera fino agli anni ’80 e ’90, quando si assiste ad una ulteriore trasformazione nell’abbigliamento femminile: lunghi abiti neri con ampio spacco e schiena scoperta.
Ma i costumi caratteristici si possono ammirare anche in altre “danze argentine” come il Malambo, che nasce nelle Pampas nel 1600 ed è una danza esclusivamente maschile dove gli uomini indossano pantaloni flosci e cappelli a tesa larga; la Chacarera, dal termine Chacarero (contadino), danza folkloristica rurale tipica della zona nord dell’Argentina che risente di forme di ballo di origine indigena contrapponendosi alle figurazioni del tango: i costumi femminili hanno colori sgargianti e le gonne sono a balze larghe. La Zamba, ballo di coppia con musica lenta, nel quale l’uomo fa dei movimenti con cui raffigura un abbraccio con in mano un fazzoletto tipico; questo ballo è tipico dei locali di campagna. La Murga Portena tipica di Buenos Aires e del suo carnevale, dove i costumi sono coloratissimi, rappresentato in strada. Il Quarteto, misto di danze di tradizione italiana e spagnola, nato a Cordoba, Argentina, negli anni 70 in contrapposizione alla tradizione bonaerense.
Allo sviluppo di questa straordinaria gamma di feste e costumi del popolo argentino hanno ampiamente contribuito l’immigrazione italiana, la presenza spagnola e altre immigrazioni dall’Europa, nonché l’importante presenza delle popolazioni autoctone.
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